La nutrizionista risponde. Facciamo chiarezza sulla nuova Piramide alimentare americana
- Federica Almondo
- 12 gen
- Tempo di lettura: 4 min
IODONNA - Rubrica settimanale del mercoledì (14/01/26)

Prima di entrare nel merito della nuova piramide alimentare americana rovesciata , è importante chiarire che questa analisi non parte da alcun presupposto ideologico. Non si tratta di difendere o attaccare la nuova piramide alimentare americana, ma di fare una disamina basata sulle evidenze scientifiche più recenti, confrontandole poi con le linee guida europee e italiane.
Un’immagine forte
Un primo elemento che ha fatto discutere è la grafica della nuova piramide: immagini molto grandi e visivamente forti di bistecche, formaggi e latte intero. Dal punto di vista comunicativo, questo può risultare confusivo, perché rischia di trasmettere l’idea che alcuni alimenti, soprattutto quelli di origine animale, siano stati “promossi” senza distinzioni. In realtà, il messaggio del documento è più articolato e va interpretato nel suo insieme.
Superare la “fat-fobia”
Uno dei cambiamenti più evidenti della nuova piramide è il superamento della cosiddetta fat-fobia, cioè l’idea che i grassi siano intrinsecamente dannosi e responsabili dell’aumento di peso. Questa visione è oggi considerata superata: numerosi studi hanno mostrato che l’aumento di peso e il rischio metabolico non dipendono dai grassi in sé, ma dalla qualità degli alimenti, dal grado di processamento e dal carico glicemico complessivo della dieta (Willett et al., New England Journal of Medicine; Hall et al., Cell Metabolism).
Cosa dice davvero la nuova piramide americana
Le nuove linee guida USA pongono al centro un messaggio chiave: ridurre drasticamente zuccheri aggiunti e alimenti ultraprocessati, favorendo cibi interi, poco o non processati. Questo punto è uno dei più solidi e meno controversi del documento ed è pienamente supportato dalla letteratura scientifica più recente (Malik et al., BMJ; Mozaffarian et al., Circulation).
La riduzione di zuccheri, soprattutto sotto forma di bevande zuccherate e prodotti raffinati, è considerata una leva fondamentale per contrastare obesità, diabete di tipo 2, sindrome metabolica e infiammazione sistemica di basso grado con benefici rapidi e misurabili anche sul rischio cardiovascolare.
Dove la scienza è allineata
Sul tema dei grassi, la nuova piramide è coerente con un punto ormai condiviso: non conta la quantità totale di grassi, ma la loro qualità. Esiste un ampio consenso sul ruolo favorevole dei grassi insaturi – come quelli dell’olio extravergine d’oliva, della frutta secca, dei semi e del pesce – associati a una riduzione del rischio cardiovascolare e metabolico (meta-analisi su The Lancet, JACC).
Anche il riferimento alla matrice alimentare, cioè al grasso inserito in un alimento reale e non isolato, è in linea con le evidenze più recenti.
Il punto più delicato: burro e grassi animali
La parte più controversa riguarda l’inclusione di burro e grassi animali tra le opzioni abituali per cucinare, accanto all’olio d’oliva. Qui la letteratura scientifica è chiara: non esistono evidenze che mostrino benefici cardiovascolari comparabili tra grassi saturi animali e grassi vegetali insaturi.
Gli studi indicano che il vantaggio per la salute deriva soprattutto dalla sostituzione dei grassi saturi con quelli insaturi, non dalla loro equiparazione, nemmeno quando i grassi saturi provengono da alimenti poco processati (Hooper et al., BMJ; Sacks et al., Circulation).
Il confronto con le linee guida italiane ed europee
Le linee guida europee e italiane, ispirate al modello mediterraneo, mantengono un’impostazione più prudente:
privilegiano chiaramente i grassi insaturi;
indicano burro e grassi animali come alimenti da limitare, non da promuovere;
pongono maggiore attenzione alla prevenzione cardiovascolare di popolazione.
La differenza principale non è nelle quantità, infatti anche gli Stati Uniti indicano che i grassi saturi dovrebbero restare sotto il 10% delle calorie, esattamente come in Europa, quanto nel linguaggio comunicativo, che negli USA manda un messaggio meno restrittivo.
Perché gli Stati Uniti hanno cambiato approccio
Per comprendere questo cambio di rotta bisogna guardare al contesto sanitario americano. Negli Stati Uniti oltre il 70% degli adulti è in sovrappeso o obeso, circa 1 adulto su 10 ha il diabete e quasi il 90% della spesa sanitaria pubblica è assorbita dalla gestione delle malattie croniche. Obesità e diabete rappresentano oggi tra i principali determinanti a monte del rischio cardiovascolare, contribuendo in modo significativo allo sviluppo delle malattie cardiovascolari come: infarto, ictus e insufficienza cardiaca (CDC; American Heart Association).
Da qui l’urgenza per la sanità pubblica di intervenire sui fattori metabolici che alimentano queste patologie, riducendo il carico glicemico e insulinico della dieta: meno zuccheri, meno cibi ultraprocessati, più sazianti e un migliore controllo della glicemia e dell’insulina. Forse è per questo che il ministero della salute americano ha optato per un approccio più pragmatico, orientato a benefici concreti nel breve e medio termine.
Attenzione: non è un modello valido per tutti
Un’altra criticità è la scarsa distinzione tra popolazione sana e persone con patologie metaboliche o cardiovascolari. Le evidenze mostrano che tolleranza a grassi, carboidrati e proteine varia molto in base allo stato di salute individuale, un aspetto che le linee guida europee tendono a sottolineare di più.
Chi soffre di insufficienza renale, ipercolesterolemia familiare, diabete avanzato o patologie cardiovascolari deve seguire indicazioni più mirate e prudenti, come quelle previste dalle linee guida europee.
In conclusione
La nuova piramide alimentare americana ha il merito di superare la fat-fobia e di riportare al centro i cibi veri, contrastando uno dei principali problemi della nutrizione moderna: l’eccesso di zuccheri e alimenti ultraprocessati. Tuttavia, sul tema dei grassi animali, il messaggio risulta più permissivo rispetto al consenso scientifico e alle raccomandazioni italiane, che restano più caute in un’ottica di prevenzione a lungo termine.
In nutrizione non contano le immagini forti né gli slogan, ma il contesto metabolico, lo stato di salute e le persone a cui le indicazioni sono rivolte.






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