Perché il metabolismo “si blocca” (anche quando si fa tutto giusto) 🤔
- Federica Almondo
- 18 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min
IODONNA - Rubrica settimanale 05/05/26

Perché il metabolismo "si blocca"?
Il corpo non è un sistema chiuso. Vive in un ambiente, e quell’ambiente negli ultimi decenni è diventato chimicamente molto più complesso di quanto il nostro metabolismo abbia avuto il tempo di imparare a gestire e questo può diventare un grosso problema per noi e per i nostri figli.
Il problema che nessuno ha ancora spiegato
Esiste una categoria di sostanze che la letteratura scientifica chiama interferenti endocrini, composti chimici capaci di imitare, bloccare o distorcere i segnali ormonali del nostro organismo. Non agiscono come veleni acuti. Agiscono silenziosamente, nel tempo, su recettori che regolano tiroide, insulina, cortisolo, ormoni sessuali.
Non sono né rari, nè lontani. Sono:
nel BPA (bisfenolo A, un composto usato nelle plastiche rigide e nelle lattine) e
negli ftalati dei packaging quotidiani (additivi presenti in imballaggi, pellicole, contenitori alimentari)
nei PFAS (sostanze usate nei rivestimenti antiaderenti e nei tessuti impermeabili)
nei pesticidi che residuano su frutta e verdura non biologica
nei metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio che entrano attraverso l’acqua, l’aria e certi alimenti.
Uno studio italiano del 2020, condotto dal Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche, ha rilevato microplastiche nella placenta umana (particelle che spesso trasportano ftalati e BPA al loro interno). Una barriera biologica che fino a pochi anni fa si pensava inviolabile.
Come sabotano il metabolismo
Il meccanismo più documentato riguarda un recettore cellulare chiamato PPAR-gamma, che è il principale regolatore della formazione delle cellule adipose. Alcuni interferenti endocrini lo attivano in modo anomalo, spingendo il corpo a produrre più adipociti e ad accumulare più grasso, indipendentemente da quante calorie assumi. Per questo vengono chiamati anche obesogeni, sostanze che predispongono all’accumulo di peso attraverso un percorso biologico, non calorico.
C’è poi la tiroide. I recettori per gli ormoni tiroidei, quelli che regolano il metabolismo basale, sono tra i bersagli più sensibili a queste sostanze. Una tiroide tecnicamente nei range può lavorare in modo meno efficiente se opera sotto un carico tossico non misurato, ed è esattamente il tipo di situazione che non emerge dal semplice TSH.
Il grasso non è passivo
C’è un aspetto che cambia la prospettiva completamente. Il tessuto adiposo non è una semplice riserva di energia: è un organo vero e proprio, un deposito attivo di molecole lipofile, cioè che si sciolgono nei grassi, e molti interferenti endocrini e metalli pesanti rientrano in questa categoria. Più grasso viscerale si accumula, più aumenta anche il deposito di queste sostanze. E più queste sostanze sono presenti, più il sistema metabolico fatica a lavorare bene. Un circolo che si alimenta da solo, invisibile agli esami di routine.
Perché le analisi standard non bastano
Gli esami standard misurano se sei fuori range. Non misurano come funziona il tuo sistema biologico. Sono due cose molto diverse.
Per capire se c’è un carico tossico rilevante servono valutazioni specifiche: dosaggio di metalli pesanti, marcatori di infiammazione e stress ossidativo, valutazione estesa della funzione tiroidea, analisi della composizione corporea in dettaglio. Quando si ha questa mappa, quello che era invisibile può finalmente diventare leggibile, e trattabile.
Cosa si può fare, concretamente
Sul fronte della riduzione dell’esposizione alcune scelte aiutano già da subito:
preferire il vetro alla plastica per conservare e scaldare i cibi,
scegliere cosmetici con meno ingredienti sintetici,
filtrare l’acqua con sistemi certificati per la rimozione di metalli e PFAS,
variare le fonti proteiche animali per limitare il bioaccumulo.
Sul fronte del supporto biologico, alcune molecole hanno evidenze interessanti nel favorire la depurazione epatica e la riduzione del carico ossidativo, tra cui la N-acetilcisteina, il glutatione ridotto, il cardo mariano e la clorella come agente chelante naturale per i metalli pesanti.
C’è poi un fronte più avanzato, ancora emergente ma sempre più esplorato, quello dei protocolli di filtraggio ematico. L’aferesi terapeutica, una procedura in cui il plasma viene separato dal sangue, trattato e reinfuso, ha mostrato risultati documentati nella riduzione dei PFAS circolanti in popolazioni ad alta contaminazione, con abbattimenti tra il 35 e il 68% già in alcune esperienze cliniche italiane. Le linee guida internazionali non la includono ancora tra i protocolli standard per la riduzione del carico tossico ambientale in senso generale, ma la ricerca sta avanzando rapidamente e l’interesse clinico, soprattutto all’estero, è in crescita.



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